ATTRAVERSAMI L'ANIMA

Fogli dispersi

Archive for the ‘LE STORIE E LA STORIA’ Category

MILLE E NON PIU’ DI MILLE

Posted by Rasi su 3 maggio 2021

Voi vedete, scrivo d’amore, di Sud, di vita di emozioni: sono un sognatore Voilà. Tutto il web è pieno di amore, poesia, fotografia ma anche di ideologia con una spruzzata di pepe politico certo. L’Italia, la Patria, l’Europa e poi appresso la globalizzazione, la crisi i sogni interrotti. A volte lo sgomento. Voi leggete scrivo di cose a volte che, come dire, proprio non interessano a nessuno: sono vecchio e ragiono come se il tempo, tutto questo tempo, non fosse passato. Scrivo con in bocca il sapore amaro dell’inutilità perchè di certe cose di certi drammi odierni le radici affondano lontane nel passato.  
Nessuno vuole leggere del passato, che ce ne frega del passato. Dobbiamo guardare al futuro e non possiamo perdere tempo ad analizzare i minuetti di un secolo fa. Siamo seri miei cari blogger, la situazione è perfettamente delineata siamo in rotta di collisione col fondo del barile, il sud ha finito di rompere i maroni e l’informatica forse non ci salverà. Meglio scrivere di esistenza, amore, indecisione, libertà. sesso talvolta. Meglio! Voi leggete che abitate in una Repubblica ( mah ) e che prima c’era il Fascismo (sì) e una monarchia (certo) poi la Liberazione, il Boom, gli anni di piombo e siamo qui. Qui messi male però. Ogni volta che sento puzza di bruciato voglio vedere dov’è l’incendio e come si è sviluppato voi forse no, forse…Non potrai mai capire il paese in cui sei nato se non ne conosci la storia, quella vera però e magari lontana. Che dite? Vi interessa leggere dell’inizio, dei mille di Garibaldi vi interessa anche se abitate lontano da Quarto e magari siete cittadini di qualche operosa città del nord o del centro- Non ve ne frega una beneamata? Strano perchè dovrebbe, perchè abitate in una Repubblica ( Mah) che ha dei confini ( sì) e anche una Costituzione ( ma va?) e che abitate in un condominio sorto nel maggio del 1860 ( il cantiere però , le case le hanno tirate su dopo). Questo condominio fa acqua ( è il caso di dirlo) da tutte le parti! Daccordo, parliamo d’amore.
Non dire, non raccontare, in un contesto di ignavia culturale e scarso interesse per la lettura fa sì che il fatto non sussista, e la storia cambi! Un fatto storico non raccontato non è meno grave di uno travisato, nel secondo caso almeno esiste un punto di riferimento sul quale approfondire e discutere opzioni diverse. Nel primo c’è solo un vuoto da riempire che spesso resta tale. Cosa non si è detto della spedizione dei Mille del 1860? Sembrerebbe nulla. Esiste una storiografia (che sarebbe meglio definire “agiografia di comodo”) immensa su questo fatto che segna l’inizio del processo unitario italiano; una storiografia piena di aneddoti e atti di eroismo, di luoghi e di date, una marcia trionfale da Quarto a Teano.

Eppure c’è un’altra storia, nascosta, talmente obsoleta da non esistere quasi più: se un fatto non viene raccontato esso muore e a distanza di decenni non resuscita in modo attivo, tuttalpiù vegeta come un moribondo tra le righe di esperti che sono di fatto fuori dal mondo. Nell’ambito di queste storie sepolte e di personaggi a metà la figura di Ippolito Nievo ha una sua precisa importanza. Durante i pochi giorni di navigazione da Quarto alla Sicilia fu deciso di affidare a Nievo un compito fondamentale, quello di vice intendente della spedizione. Ciò significava avere un compito di alta responsabilità nella gestione finanziaria e amministrativa dei Mille e del futuro Esercito Meridionale: in soldoni Ippolito Nievo diventò il contabile della spedizione. Quando l’ondata delle camicie rosse attraversò lo stretto e iniziò a risalire la penisola Nievo rimase a Palermo: non sarebbe la prima volta che un continentale avendo una discreta disponibilità finanziaria decida di restare tra il mare e i gelsomini del sud. Ma il vecchio incarico avuto e i documenti che ne attestavano ogni particolare erano materiale che scottava; l’anno dopo la spedizione, a unità ormai conclamata sotto la corona dei Savoia, le dicerie, le illazioni e soprattutto i sospetti su alcune vicende contemporanee alla spedizione, erano diventati una marea montante. Su tali questioni tra l’altro si giocava una vecchia e mai risolta disputa tra le due fazioni opposte dei garibaldini patrioti ante litteram e i sostenitori delle pratiche mediatrici di Cavour. Non ultime c’erano anche le rimostranze sempre più evidenti di molte alte cariche militari del defunto esercito borbonico le quali continuavano a reclamare il soldo pattuito per la loro, chiamiamola, collaborazione! Un situazione difficilmente digeribile: in una delle prime sedute del neonato regio Parlamento unitario svoltosi a Palazzo Carignano a Torino, una buona parte di tali spinose controversie erano già venute fuori. Garibaldi con i suoi in tenuta quasi da combattimento era entrato in aula e nel suo intervento aveva manifestato la delusione per molte iniziative che avevano preceduto la spedizione e l’avevano poi seguita. Sul tavolo c’era una soluzione da trovare per i combattenti in camicia rossa e per quelli numerosissimi appartenenti ai quadri dell’ ex esercito borbonico. La rivalità antica tra il Conte e l’Eroe dei due mondi venne fuori in modo palese con insulti e recriminazioni poco velate: la sistemazione delle carriere del nuovo esercito unitario non era cosa da poco e sarebbe costata molto. Come vedete fin dai primordi una certa atmosfera da condominio allargato con feroci dispute “locali” e senza alcuna visione generale dei problemi era presente fin sul nascere dei parlamenti italiani. La domanda più grave e più importante però venne qualche tempo dopo quando alcuni deputati (molti di loro meridionali) si chiesero facendo quattro conti che fine avesse fatto l’immenso patrimonio del Regno delle due Sicilie, dove e come fosse stato depositato e quanto di esso utilizzato nell’ambito della nuova gestione di un nuovo paese unito. Il fatto poi che girassero sempre più frequentemente le voci di “strani accordi” con le alte cariche militari borboniche, voci che tendevano a sminuire il valore dell’impresa dei Mille e ridurla a una semplice passeggiata sotto l’occhio vigile di una regia e di attori perfettamente istruiti, tutte queste cose assieme fecero sì che si chiedesse ufficialmente di vedere i conti e i documenti. Gli uni e gli altri riconducevano fatalmente al signor Nievo Ippolito beatamente domiciliato a Palermo: la richiesta ufficiale non poteva in nessun modo essere disattesa. Nievo probabilmente pensò anche che si trattasse di un buon sistema per chiarire e tacitare finalmente i dubbi e le maldicenze che gravavano sempre più minacciose sull’operato dei Mille e di Garibaldi. Seguendo tale indirizzo si mise all’opera e redasse un lungo e articolato rendiconto di quei mesi cruciali, probabilmente non si rese conto che all’interno dei documenti che lui custodiva ve ne erano molti a carattere che oggi definiremmo “riservato” se non top secret. Non vi riflettè il Nievo ma ben lo sapeva il console amburghese Hannequin che in Sicilia curava anche gli interessi della corona britannica. Fu costui a sconsigliare a più riprese Nievo ad intraprendere il viaggio. Le mie a questo punto sono solo opinioni, ben supportate però e dicono con chiarezza di alcuni fatti incontrovertibili.
– L’esercito e la marina Borbonica era forte di migliaia di uomini e mezzi in più rispetto alla “banda “ di Giuseppe Garibaldi. Anche senza quasi combattere per le camicie rosse non c’era alcuna e sottolineo alcuna possibilità di vittoria.
– L’Inghilterra aveva da tempo grandi interessi economici, commerciali e strategici in Sicilia: era già padrona di Malta ma la Sicilia come fulcro di commerci e controllo del potere nell’area mediterranea era ben altra cosa. Dai primi dell’800 a Palermo, Trapani e Catania una nutrita pattuglia di imprenditori e affaristi anglosassoni avevano stabilito attività commerciali a d ampio raggio e si erano con esse arricchiti.
– Lo sbarco a Marsala dei due battelli che trasportavano i mille di fatto avvenne sotto la protezione di una nave da guerra di sua maestà britannica; fu inglese il primo commerciante a dare il benvenuto a Garibaldi e ai suoi.
– La battaglia di Calatafimi ( quella dell’epica frase – Nino qui si fa l’Italia o si muore) fu una farsa: nel momento culminante quando per ovvi motivi di strategia e territorio i mille stavano per soccombere, il comandante delle truppe borboniche fece suonare la ritirata!
– La presa di Palermo seguì in pratica la stessa via: circa ventimila soldati borbonici si attestarono nella fortezza del Castello a mare lasciando la città in mano ai Garibaldini. Il generale comandante la guarnigione chiese lumi( ?!) a Napoli, dopo un paio di giorni, con la mediazione della marina inglese che stazionava alla fonda davanti al porto di Palermo, i Borboni firmarono una tregua a bordo di un battello da guerra britannico. In pratica abbandonarono il campo con l’unica richiesta (accettata) dell’onore delle armi! Migliaia di soldati di un esercito regolare sfilarono davanti alle baionette dei mille che non credevano ai loro occhi mentre i quadri militari borbonici tesi e altrettanto increduli si chiedevano perché.
La mia opinione è che nella impresa dei mille di eroico e di militare vi sia stato ben poco: l’esercito borbonico nelle sue figure di comando tradì per denaro la sua bandiera. Il denaro era Piemontese e inglese. Di tutto questo vi erano tracce chiare nei documenti che Ippolito Nievo doveva portare in continente. Era questo il motivo dei consigli criptici del console Hannequin, egli sapeva e conosceva anche quale sarebbe stato il destino del patriota italiano incaricato di far luce su questa vicenda.
Nievo si imbarcò la sera del 4 marzo del 1861 sul vapore Ercole con rotta per Napoli, circa 10 ore di navigazione. Naturalmente non arrivò mai a destinazione, il piroscafo si inabissò senza alcun superstite all’entrata del golfo napoletano. Tutti morti e il carico dei documenti in fondo al Tirreno per sempre! Dentro la cassa sigillata che Nievo doveva portare a Torino c’erano le prove documentate della pesante ingerenza del governo di Londra nella caduta del Regno delle due Sicilie. Vi era scritto come l’intendente aveva gestito un patrimonio in piastre d’oro turche fornite dagli inglesi con i quali erano stati pagati molti alti ufficiali del Re di Napoli; vi era scritto anche a quanto ammontava il tesoro in lingotti d’oro conservato nei forzieri del Banco reale di Palermo e del quale non vi era più traccia. Vi erano probabilmente scritti i nomi dei collaboratori, mediatori, politici e maneggini che avevano permesso il miracolo con cui mille uomini conquistarono il regno più vasto e ricco della penisola e lo regalarono ad una delle più piccole e micragnose monarchie d’Europa.
Questo fu l’inizio della nostra Italia Unita, quello che non compare in nessun libro di scuola ( ci mancherebbe) e di cui nessuno ha mai fatto cenno nei soliti discorsi ufficiali del tricolore che sventola sul Quirinale. Questa è solo la prima parte ma se il buon giorno si vede dal mattino…Decine di fatti e di personaggi, una Italia e un Meridione del tutto diversi dalla facciata di comodo, una quantità di punti oscuri da decifrare…… ma io scrivo d’amore e di vita, di musica e della mia generazione che fu proiettata in un futuro che non era questo, credemmo più o meno in un destino nuovo e in mondo nuovo. I localismi da cui provenivamo non avevano credito in quegli anni, sembrarono morti e sepolti: usammo la nostra giovinezza credendo che glissare sull’evidenza fosse farci un piacere. Poi in alcuni di noi si è fatta strada una musica diversa, più antica, ha messo in secondo piano il rock ‘ roll e si è fatta viva di nuovo la taranta.
Continuerò a scrivere d’amore.

Posted in A sud del sud, LE STORIE E LA STORIA | Leave a Comment »

25 APRILE

Posted by Rasi su 25 aprile 2021

Questo è il post originale scritto il 23 aprile del 2010, riveduto e corretto negli anni seguenti per non turbare il mio e vostro quieto vivere. Quel tempo è finito.

Esistono molte storie, in genere scegliamo quella che ci fa più comodo in quel momento ma esiste anche l’eventualità, fondata sul motto latino “vae victis” ,che si scelga la storia parziale di chi la partita di quel particolare periodo l’ha vinta. Non c’è cosa più fisiologica per i finti storici che plasmare a proprio uso e consumo alcune storie, sfrondarle da certi particolari e rimetterle in circolazione come dimostrazione inoppugnabile della etica superiore da cui hanno tratto origine. Se in aggiunta a questo gli eventi possiedono quel tanto di drammaticità e crudeltà da farli apparire ripugnanti il gioco è fatto. Gli anni tra il 43 e il 46 sono stati la base ideologica su cui costruire la Repubblica, questa Repubblica: la storia che la sottende è quella dei vincitori e non può che annullare tutte le altre ragioni anche quelle più serie; è la stessa logica su cui si costruì l’unità d’Italia nel 1860, stessi personaggi, stessa politica, identica arroganza mentale, uguale cecità ideologica. Entrambe lezioni di storia inaffidabili. Può una giornata di festa importante essere sbiadita? Sì è possibile. Leggo i giornali, guardo la Tv e penso. Penso molto ma in modo confuso e incongruo, praticamente inutile. Penso ad altro per non pensare ai casi miei in modo ossessivo, non mi serve e non mi aiuta. Ma la giornata è quella che porta un nome luminoso: liberazione.

Sono nato sette anni dopo Piazzale Loreto e abitavo a Milano; per me bambino c’erano solo i partigiani e la resistenza, c’era solo questa fetta di pianura con le sue città. Il mio mondo finiva al Mugello. Da ragazzo c’erano sempre i partigiani ( un po’ imbiancati) ma si era aggiunta la lotta di classe e i movimenti studenteschi. Mi raccontarono in modo credibile che le due battaglie fossero figlie della stessa madre e che entrambe conducessero idealmente ad una società più giusta, più libera e più felice. Ogni anno e ad ogni commemorazione ci si allontanava sempre più da un periodo nero ( in tutti i sensi) ma non capivo perché tale sensazione di felicità sociale non fosse permessa ad alcuni che pure non erano vestiti di nero; capivo soltanto che la commemorazione era appannaggio esclusivo di una parte e che tutte le altre le fossero debitrici di qualcosa. Alcune non dovevano mettere nemmeno il naso fuori in quei giorni. Non riuscivo a comprendere una ghettizzazione così netta, non avevo la percezione di fantasmi così forti attorno a me: tutto ciò che era stato era finito con una scarica di mitra davanti al cancello di una villa nel comasco. Allora, mi chiedevo ai miei tredici anni, perché questa ostilità, questa sottile paura come se non fosse veramente finito tutto e i mostri del passato potessero tornare a passeggiare tra le vie del centro? Ricordo quando scoprii con sorpresa che c’erano ancora i fascisti, o almeno i presunti tali. Non erano solo quelli che stazionavano in piazza S. Babila e nemmeno solo quelli che vegetavano nell’unico partito fuori dall’arco costituzionale. C’erano fascisti nascosti ovunque, persino dai vicini di casa, persino tra i miei insegnanti di liceo. Li guardavo con incredulità, non avevano a mio parere nessuna caratteristica che potesse assimilarli a un gerarca o un repubblichino, non vedevo nessun squadrista eppure i compagni del Fgci me li additavano con fiero cipiglio ad ogni assemblea studentesca. Non cerano dubbi e soprattutto questi non erano rivelabili! La resistenza era stata e adesso doveva essere dovunque dalle mie parti, come si faceva a ipotizzare che potesse essere diversamente altrove? Le vicende degli anni tra l’inverno del 1944 e la primavera del 1945 era piene di fatti tremendi e sanguinosi, di drappelli nazi che entravano, prendevano e fucilavano tutti, donne vecchi e bambini compresi. Ogni storia aveva il suo giovane eroe o eroina che scriveva l’ultima lettera ad amici e genitori prima di essere trucidati l’indomani mattina all’alba da mano fascista. Il gelo e lo schifo mi entravano nelle vene, il sangue montava alla testa. Una situazione perfetta in cui scegliere il bene dal male, l’iniquo dal giusto in assoluto, il male stava solo da una parte, ogni gesto ogni racconta lo mostrava senza ombra di dubbio. Non c’era altra storia non esisteva un’altra Italia e nessuno dei miei coetanei si domandò mai come fosse possibile essere arrivati a piazzale Loreto dopo ventanni di regime, come fosse possibile credere a una Nazione triste, oppressa senza storia ne onore: quaranta milioni di antifascisti liberatisi in sei mesi da una dittatura non condivisa! Io ero pronto a prender su il fucile per combattere contro i porci che occupavano l’Italia. Ero prontissimo. Avevo diciassette anni Il 23 aprile del 1969 quando scoprii l’altra faccia della medaglia, capii quel giorno chi portava veramente i regali a Natale, lo capii male e mi feci male.

I compagni erano i fascisti (niente scandali per favore) avevano in mano il potere di condizionarti con un’intimidazione continua, il metodo del pensiero unico fascista, dell’unica idea disponibile dell’unica storia credibile era il loro perchè con i compagni non discuti, appoggi, non poni alternative, non sei degno di vivere fuori dalle loro posizioni. Le opinioni diverse sono revisionismo e la storia serve solo ai fini della vittoria finale. – – – Enzo ci hai rotto i coglioni con queste domande! Enzo che cazzo te ne frega di Reggio Emilia! l’8 settembre a fianco degli alleati e non dire cazzate. I morti solo da una parte, dall’altra maiali schifosi – Me lo ricordo bene il signor Pasini e i suoi amici. ” Sentite io voglio solo capire, non c’ero ed ho solo i racconti e i libri di storia per capire. ” ” Ragazzo c’è poco da capire! Abbiamo combattuto per liberare l’Italia dai fascisti, siamo morti e fucilati donne e uomini. Alla fine li abbiamo appesi e abbiamo vinto. SE NECESSARIO LO RIFAREMMO DI NUOVO. Vai a chiarirti le idee davanti ad un monumento ai caduti e se parli ancora di guerra civile sono cazzi tuoi, capito stronzetto?” Fu un incubo terribile, si erano cambiati, trasfigurati, avevano gli occhi iniettati di sangue, e mi avrebbero pestato, cazzo se mi avrebbero pestato. Spingevo sui pedali della bici come un disperato. Io sono sempre stato un alieno ovunque, mi insospettisco se vedo troppa gente sullo stesso carro. In genere giro da solo. Adesso sono passati degli anni, molti anni e so per certo che le cose non stanno nè come dice la Celebrazione nè come dicono i Camerati. La verità NON STA NEMMENO IN MEZZO perché semplicemente non c’è o non è unica, forse tra un secolo potremo guardare quella Italia in modo meno polemico, con meno assiomi scontati nella testa. Finora l’aria malsana di una guerra civile schifosa e crudele continua a agitare le fronde degli alberi della nostra vita. Non commentatemi chiedendomi dove sta la verità, non scrivetemi inchiodandomi come quarantenni fa alla croce del “fascista”!!! Che ne so io della assoluta verità? Io leggo la storia, anche quella dei vinti. Leggo le cronache partigiane ma anche Petacco, leggo le memorie di Pajetta ma anche quelle degli antifascisti bianchi. Ho letto le valutazioni di Giorgio Bocca ma, udite udite, ho letto Giampaolo Pansa. E lì nero su bianco, il sangue, gli stupri e le violenze hanno anche un’altra etichetta. L’assoluta verità? Quella fondante una nuova Nazione? Voi che avete molte risposte lo sapete, che avete quei bei blog pieni di ideali sicuri e che i buoni di qua i cattivi di là. Ho visto blog col segno sul muro come ai tempi del Fuhrer: questo è un blog comunista, questo è di destra. con quelli non ci parlo, con gli altri non c’è dialogo. Io sono laico, io no, io sono nel giusto voi invece siete stronzi. Da alieno oggi che sono solo e non ho una misura mutuata dal branco che potrebbe proteggermi, oggi che i venti anni e i compagni del movimento sono trapassati, oggi che sembra tutto un altro pianeta, dico che – L’Italia fu sconfitta nel 1945. Lo dimostrano le condizioni imposte dai vincitori, i debiti di guerra, la perdita di terre italiane. – Non potrà mai unire la celebrazione di una sconfitta che ha visto alcuni italiani combattere contro altri italiani, ambedue al seguito di eserciti stranieri. – Gli italiani di concreto fecero ben poco. Senza le Forze Anglo Americane non vi sarebbe stata alcuna “resistenza” (che infatti cominciò solo all’indomani dell’8 settembre) e il “contributo” militare alla vittoria Alleata fu totalmente privo di consistenza. Gli ideali sono una cosa la realtà un’altra. Siamo sempre stati dei furboni che tentano di ingigantire i propri meriti.

Si vive e si muore e c’è sempre una parte “sbagliata” e la guerra civile c’è stata, cazzo, signor Pasini. Il 25 aprile non unifica purtroppo, ho la nausea,non venitemi a dire che l’argomento resistenza non sia intoccabile: ancora scotta e fa male. Guardiamoci in faccia e così potete fare click dove sapete e chiudere il contatto: alla favola manichea delle due italie, una tutta buona e l’altra tutta schifosa e cattiva non ci credo, non esiste periodo storico con divisioni cosi nette, non in Italia che di divisioni è storicamente l’antesignana. La nostra democrazia ha visto un’alba insanguinata da una guerra civile che ha lasciato in terra migliaia di morti anche a nei dodici mesi seguenti il 25 aprile: informatevi prego ma se lo fate su Repubblica o nei circoli di rifondazione comunista è meglio che lasciate perdere. Stesso discorso se andate su siti di Forza Nuova o similari. Dovete ragionare con la vostra testa e con onestà intellettuale, poi potete continuare a pensarla come prima e mandarmi affanculo ma io sono certo di avervi reso un buon servizio. E’ vero c’è il revisionismo e a qualcuno può far comodo ( vedi shoah ma lì i fatti son troppo grossi e più che revisionismo è solo stronzismo di scarsa qualità), ma c’è anche il negazionismo che oggi ancora in Italia impedisce di sfatare i tabù di una storiografia che fa semplicemente ridere. Beh io mi sono stancato di ridere e voglio vederci chiaro: io non nego la resistenza, dico che non fu quella a sconfiggere le armate tedesche. Io non nego i valori di libertà espressi da alcuni protagonisti della resistenza partigiana,non nego il sangue che essi hanno versato per la loro causa; io dico che fra i partigiani circolarono per lungo tempo fior di criminali. Io sono certo che tra i cosiddetti fascisti cerano anche fior di galantuomini. L’intolleranza li travolse tutti. Io voglio sapere perché è stata fucilata e appesa a testa in giù Claretta Petacci, perché è stata fucilata e uccisa Luisa Ferida incinta, perché sono stati massacrati i partigiani del fratello di Pasolini….ma voi avete idea di quanti miliardi di righe dovrei utilizzare per scrivere i nomi degli assassinati fra il 25 aprile 45 e la fine del 46? I partigiani della brigata Garibaldi hanno compiuto omicidi, lo stesso dicasi per i Gap. Le brigate nere e molti repubblichini hanno compiuto lo stesso tipo di delitti, ma dopo? Dopo qualcuno mi spiega o mi vuole giustificare senza sbandierare panni rossi la carneficina in tutto il territorio del nord? Subito dopo il 25 aprile e anche un po’ prima, le esecuzioni dei partigiani che non volevano sottostare alla supremazia del Pci divennero sempre più frequenti: era la strategia del delitto per preparare l’insurrezione rossa che sembrava lì pronta da cogliere. E in quel tempo quasi tutti i compagni erano convinti che ormai la pera era cotta e bisognava andar per le spicce.
Le spicce si chiamavano gli squadroni della morte che fecero tabula rasa di possidenti e artigiani, contadini ed ex podestà, di maestre e professori, ragazzi e ragazze figli e figlie di fascisti veri o presunti. Omicidi e stupri, un merdaio altro che balle: omicidi spacciati per lotta di classe e anche un mare di vendette personali, omicidi per quattro soldi o per eliminare testimoni scomodi, col grande partito comunista che stava a guardare o mettere pezze. Il 25 aprile è rimasto retorica, bugie ed omissioni che riguardano solo una fetta di questo paese, non può essere festa nazionale. E comunque nazione non c’è ne mai stata e tutta questa tirata non serve a niente, tanto per cambiare. Fine delle trasmissioni che ho la nausea.

Posted in LE STORIE E LA STORIA | Leave a Comment »

Mistero buffo

Posted by Rasi su 19 aprile 2021

Dario è morto stamattina a Milano, la sua città. Vederlo a teatro era uno spettacolo, recitava con il gesto e la mimica, era trascinante. Non mi è mai riuscito di vederlo solo come un artista di teatro e forse nemmeno lui si considerava tale e questo lato della sua vita mi ha impedito di considerarlo un genio assoluto. Un tipo da nobel per intenderci.
Fo è vissuto dal 47 in poi dentro l’alveo di una intellighentia di sinistra che a Milano aveva una roccaforte importante, era perfettamente inserito dentro l’unico circolo culturale che importasse, l’unico che domina l’ambiente culturale in Italia da settantanni. In questo contesto che condiziona anche oggi qualsiasi manifestazione mediatica chiunque (figuriamoci un istrione come lui) avrebbe potuto salire agli onori di essere considerato un maestro.
Della signora Rame non parlo per rispetto verso chi non c’è più ed era una signora, sono certo che si amassero veramente e lo trovo commovente.
Dario è nato dentro la guerra civile che insanguinò l’italia tra il 43 e il 45, fu un repubblichino, affermò che o così oppure la morte o l’esilio in Svizzera. Dimenticò la montagna dei veri partigiani! Poi vennero gli anni di piombo e chi come me era nell’ambiente universitario milanese sa di cosa parlo; vennero Piazza Fontana, Valpreda, Pinelli e il commissario Calabresi. Venne Lotta Continua, Adriano Sofri e un assassinio mediatico senza precedenti, arrivò una lettera aperta pubblicata su L’Espresso con 757 firme, tutto il gotha della cultura italiana. Dario Fo c’era e lo ritengo imperdonabile, squalificante, indegno di un premio nobel. Basta leggere e informarsi ( cosa improbabile in Italia) non è un mistero e non è buffo. RIP

Posted in LE STORIE E LA STORIA | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: