Tutti morimmo a stento

L’11 gennaio di sedici anni fa se ne andava il più grande di tutti.

Un artista la cui versalità poetica prima e musicale poi non ha eguali in Italia e forse nel mondo:
Fabrizio fu il prodotto di una generazione e di una cultura accesa ma riflessiva sul mondo che scorreva davanti,
ma da lì in poi ci fu solo arte e genio allo stato puro.
Non voglio trovare aggettivi e le mie lodi, confuse in mezzo a quelle interminabili di chi lo ama ( e sono una quantità)
servono solo a coprire il rammarico per la sua assenza fisica tra noi.
Mi sono tornati alla mente gli ellepi e il banco di regia dell’emittente radio da cui trasmettevo:
ricordo perfettamente l’eccitazione del nuovo, il primo ascolto
del volume 8° di Fabrizio de Andrè.
Ci si guardava in faccia e si diceva “ Perfetto! Che meraviglia.”
Poi si continuava a parlarne per giorni e si capiva, si sentiva
che quella era la musica, erano le parole della nostra generazione,
che non poteva esserci modo più completo e diretto per raccontare i nostri giorni, il senso del reale e il metafisico,
il buffo e l’amaro…l’amore fissato ed eterno
in una dimensione che adesso, ancora adesso,
stasera mi sembra consolante ed unica.